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La liquidità è il problema, ma il debito bancario non è (da solo) la soluzione

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Tempo di lettura: 5 minuti
Le imprese sono sempre più consapevoli di dover trovare fonti alternative di finanziamento per affrontare il cambiamento che la pandemia impone, avendo già stravolto le abitudini di consumo. Le filiere si riorganizzano e i modelli di business mutano in forme non ancora del tutto chiare. Per muoversi in maniera efficace è necessario dotarsi di strumenti di pianificazione finanziaria e guardare al FinTech. Gli esempi della cosmetica e della moda

La liquidità sarà il tema cruciale del 2020 per le imprese. Ma la soluzione non è necessariamente il credito bancario. Gli imprenditori infatti sono sempre più consapevoli che andare alla ricerca indiscriminata di credito non sia l’unica strada (o la strada giusta) da percorrere. Anche con caratteristiche particolarmente vantaggiose, come i tassi praticamente a zero e periodi di rimborso particolarmente lunghi, aumentare la leva oggi potrebbe creare un vincolo a nuove richieste finalizzate a fare investimenti domani. Le imprese iniziano a esserne consapevoli: la prova è il fatto che sono 115mila le pmi (l’11% del totale) che hanno richiesto le garanzie statali sui prestiti bancari del Decreto Rilancio. Un dato che è stato letto più che altro come conseguenza di un approccio prudente da parte delle banche, ma che potrebbe indicare invece un mutamento di orientamento dal fronte della produzione. Anche alla luce del fatto che l’emergenza ha stravolto le abitudini di consumo e modificato i bisogni, rendendo necessaria una riflessione su organizzazione, strutture, bilanci, circolante. Una riflessione a cui dovrà seguire una trasformazione, che ha un costo (e che richiederà nuova liquidità a partire dal prossimo anno).

Per capire cosa fare bisogna guardare la domanda

Proprio sul fronte della domanda si dovrebbe concentrare l’attenzione: perché dal modo in cui essa cambierà e dalla dimensione e dalla persistenza del danno che subirà – oggi ancora non del tutto chiaro – sarà possibile capire quali ricette lo Stato possa attuare, quanta finanza possa arrivare dalle banche e dall’industria del risparmio gestito che intende investire nel rischio d’impresa e per quali obiettivi. La riconfigurazione delle abitudini di acquisto dei consumatori e delle catene distributive a più passaggi sarà profonda. Pur nella difficoltà attuale di fare previsioni, vogliamo provare a immaginare come evolveranno due settori produttivi del Made in Italy molto forti nel nostro Paese, ovvero la cosmetica e la moda. Per suggerire poi le mosse tattiche utili per trovarsi pronti – con il bilancio in regola – ad affrontare i grandi cambiamenti di strategia a cui nessuno potrà sottrarsi nei mesi a venire.

2 case history: la cosmetica e il fashion, il problema dei tempi di pagamento e il tentativo di riorganizzarsi

Partiamo dalla cosmetica, che vale 11,9 miliardi di euro in termini di fatturato e presenta una bilancia commerciale attiva per ben 2,9 miliardi. Il settore ospita alcuni grandi produttori per conto terzi, alcuni grandi catene di distribuzione (controllate da gruppi esteri) e una miriade di piccole società. Secondo una ricerca di Intesa San Paolo dello scorso febbraio il settore è caratterizzato più di altri da pessime abitudini di pagamento e incasso, generalizzate su qualsiasi dimensione aziendale e superiori ai 100 giorni medi: un problema ancora più serio se sommato all’effetto Covid, in cui dalla quarta settimana di marzo alla seconda di aprile si sono rilevati cali superiori al 50%, parzialmente rientrati man mano che le misure di lockdown venivano allentate (-27,9% nella terza settimana di maggio).

Una rapida analisi finanziaria di alcune imprese di produzione cosmetica conforta sia sull’aspetto reddituale che sulla produzione di cashflow: questo vale anche in parte per le imprese minori, in grado di affrontare tagli del fatturato nell’ordine del 25%-30% su base annua e affrontare ritardi negli incassi senza dovere ricorrere ai prestiti garantiti dallo Stato. Tra le più piccole, come spesso accade, il panorama è più variegato e sono più frequenti i casi in cui invece la carenza di liquidità è già un problema.

In generale e nell’immediato l’emergenza del settore cosmetico italiano non è la riapertura, bensì la velocità con cui ordini e domanda recupereranno i livelli pre-Covid.

L’emergenza non ha risparmiato nemmeno una filiera solida come quella della moda made in Italy che, secondo i dati 2018 di Confindustria Moda, vale quasi 100 miliardi di fatturato, esportati per 63 miliardi e 580.000 addetti distribuiti tra abbigliamento, scarpe, pelletteria, gioielli, cosmetica.

Parliamo di un settore molto eterogeneo, in cui sono compresi i prodotti-marchi di superlusso, ma anche gruppi intermedi e in qualche misura anche la grande distribuzione retail-abbigliamento. Il monitor Altagamma Bain prevede cali di fatturato pronunciati nel 2020: -29% in Europa e poi una ripresa nel 2021. Se i grandi gruppi soffrono, per loro c’è la possibilità di una ripresa a V, che invece non esiste per i piccoli artigiani dell’indotto per i quali è probabile l’ecatombe.

Secondo un comunicato di Confartigianato Lombardia il calo del fatturato nel bimestre marzo-aprile è stato del 68% per le piccole imprese artigiane della Lombardia (15.000 imprese di cui 97% di micro-piccola dimensione, per 99.000 addetti). Se non aiutata, la gran parte delle aziende rischia il fallimento: i tempi di incasso delle fatture, mediamente sugli 80 giorni, non sono più sostenibili.

Le strategie del settore lusso andranno quindi ripensate, ripartendo dal digitale per poi andare sugli altri canali. Muterà il modo in cui verranno gestiti gli stock, in quanto i franchising non potranno più permettersi magazzini pieni per scarsa liquidità, aumentando il magazzino in capo al retailer. Inoltre sarà necessario sviluppare tecnologie per la sanificazione dei tessuti, che costituirà un nuovo costo da sostenere. Nel frattempo sarà necessario avere liquidità per affrontare un lungo vuoto d’aria nei prossimi due anni.

Cosa fare in pratica: pianificazione finanziaria e alternative al debito bancario

Mentre i settori e le filiere ripensano se stessi, è necessario tappare le falle e trovare le risorse per affrontare i cambiamenti che saranno obbligati. Praticamente come si fa? Innanzitutto affiancando consulenza sulla pianificazione finanziaria, particolarmente utile in questo momento soprattutto per le piccole imprese che mancano di skill appropriate. Nelle imprese dove non esiste CFO si può sopperire con strumenti di autovalutazione automatica del rating, che sono ormai una commodity ampiamente disponibile. Ad esempio, esiste un servizio ad hoc di Crif per aiutare le imprese italiane a gestire le sfide del post-Covid, che consente un’analisi puntuale della situazione finanziaria dell’impresa per valutare e certificare con uno scoring se la carenza di liquidità sia stata determinata dalla pandemia o da altre ragioni imputabili alla gestione aziendale.

Una volta misurata la propria esigenza di cassa, sarà necessario per l’azienda coprirsi con un cuscinetto che consenta di arrivare senza affanno nel mondo post-Covid con le sue nuove strategie di mercato. Lo scoring aiuta a rapportarsi con le banche ma è bene che l’azienda valuti tutte le alternative possibili al debito bancario. È possibile orientarsi verso processi finanziari rapidi, privilegiando le soluzioni che richiedono il minimo investimento di tempo e risorse. A partire dal magazzino: tutto quello che si muove lentamente deve essere rimosso dal ciclo produttivo e realizzato, anche se questo equivale a una vendita a sconto.

Le alternative al credito bancario sono molte: dalle piattaforme digitali di social lending a breve e lungo termine, all’equity crowdfunding, ai mini-bond, al segmento Aim di Borsa Italiana (gli strumenti di pianificazione aiutano anche a strutturare il corretto mix di interventi). Fino all’anticipo fatture, il finanziamento del circolante che si presta alla condizione attuale del mercato per diverse ragioni: perché avviene all’interno di logiche di filiera (fornitori-clienti) e sfrutta liquidità potenziale già disponibile nell’azienda. Riuscire a trasformare il credito commerciale in cassa è un modo per reperire risorse senza appesantire il bilancio.

Ed è, infine, un meccanismo particolarmente gradito agli investitori perché legato direttamente ai flussi commerciali reali: è sempre garantito da fatture (elettroniche) emesse e quindi va a supportare le imprese che realmente riaprono e ripartono, non chiunque. Rende impossibili speculazioni da imprese che chiedano e ottengano liquidità in situazioni di insolvenza, per chiudere alcune partite debitorie e poi liquidare dopo 6 mesi. Un vantaggio importante deriva dall’assenza di segnalazione nella Centrale Rischi bancaria che non appesantisce la situazione debitoria dell’azienda che lo attiva e lascia lo spazio di manovra per fare debito e finanziarie investimenti nel 2021 dopo avere verificato la domanda di prodotti e servizi e la tipologia di nuovi investimenti da effettuare. 

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