Gli incentivi di Industria 4.0. Una faccia della trasformazione. Non la più importante.

20 giugno 2017

Il tema è caldo, caldissimo, in linea con le temperature di questo periodo. Il piano Industria 4.0 del governo è al centro dell’attenzione per un motivo molto semplice: gli sgravi fiscali che ne costituiscono l’impalcatura e che fungono da richiamo e stimolo per gli investimenti delle aziende manifatturiere in nuovi macchinari saranno prorogati al 2018? Il titolare del Ministero dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha messo di recente le mani avanti ricordando, al cospetto dell’assemblea di Assolombarda, l’obiettivo dell’esecutivo, e cioè quello di “fare una finanziaria seria, che non sarà lacrime e sangue ma che indirizzerà le risorse verso la continuazione di un percorso. Bisogna rafforzare Industria 4,0 ma questo non significa che tutti gli incentivi saranno confermati nella prossima legge di Stabilità. Non funziona così, altrimenti sarebbero tagli fiscali”.

Messaggio chiaro, che all’orecchie degli imprenditori sarà suonato, probabilmente, un po’ stonato. “Noi non vogliamo che Industria 4.0 sia un programma di un mese, a termine, perché si tratta di un programma strutturale che deve accompagnare le imprese nei prossimi anni. Poi sta al governo far quadrare tutti i conti e risolvere il problema delle risorse”: nelle parole del presidente di Confindustria Digitale, Elio Catania, c’è forse la sintesi di cosa sta passando per la testa di chi timona le tante piccole e medie imprese italiane.

Il punto focale della questione è il seguente. Gli incentivi (il super-ammortamento al 140%, l’iper-ammortamento al 250%, il credito d’imposta del 50% sulle spese incrementali in ricerca e sviluppo) hanno sicuramente contribuito a dare vivacità al settore manifatturiero, e lo dice l’aumento del 13% anno su anno degli ordinativi per nuovi macchinari registrato nel primo trimestre del 2017. Come si spiega allora, l’allarme, se così lo si può definire, lanciato da Calenda? Con le ragioni di un bilancio pubblico che non permette di destinare nuove risorse a Industria 4.0? Può essere. Se così fosse, il rischio di un’improvvisa frenata degli investimenti in nuovi impianti e relative tecnologie a corredo potrebbe essere elevato. Per le aziende è quindi tempo di fare due conti e scegliere la strada da seguire: accelerare le spese e sfruttare le agevolazioni fiscali del piano in tempi brevi (come suggerisce Calenda) oppure aspettare momenti più favorevoli per mettere a bilancio nuove uscite di cassa.

La trasformazione digitale è sicuramente un passaggio obbligato anche in fabbrica ma è anche vero che il tema di Industria 4.0 viene troppo spesso affrontato in modo superficiale. Si pensa che sia una rivoluzione tecnologica quando invece si tratta di una rivoluzione a 360 gradi, che coinvolge l’organizzazione, le modalità di lavoro, le strategie industriali e ovviamente i programmi di investimento. Le imprese manifatturiere che vogliono cambiare passo non possono quindi “attaccarsi” solo agli incentivi e agli sgravi fiscali, funzionali al rinnovamento del parco macchine e a immettere più intelligenza nei processi produttivi e logistici. Devono ragionare in un’ottica di cambiamento a tutto tondo e per farlo servono risorse, liquidità.

Gli incentivi peraltro arrivano sempre dopo i costi e alcuni costi non sono ricompresi nelle agevolazioni e vanno finanziati quindi sul breve termine usando ad esempio lo smobilizzo dei crediti. Quindi è fondamentale accedere al credito senza troppe difficoltà, senza i troppi paletti eretti attualmente dal sistema bancario, guardando (magari) a strumenti innovativi in grado di smobilitare e monetizzare un asset “inutilizzato” come le fatture di vendita caratterizzate in Italia dalle scadenze piú lunghe d’Europa.

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