P2P lending e invoice trading possono compensare il calo del credito bancario: meno 20% in dieci anni di crisi

Un’analisi della Bocconi spiega cosa ha spinto le imprese a rivolgersi sempre più al mercato dei capitali. E Workinvoice immagina un futuro ancora più luminoso per il FinTech, proprio a partire da questo contesto

A cura di Matteo Tarroni, Founder e CEO di Workinvoice

La disintermediazione? È conseguenza diretta della crisi dell’economia e delle banche ed è contemporaneamente lo strumento che può far fronte al credit crunch ancora in corso nel nostro Paese. E dunque va potenziata.

A questa conclusione giunge l’ultima edizione di uno studio condotto dall’Università Bocconi insieme a Equita sim e focalizzato sul mercato dei capitali per le imprese. Nell’edizione di febbraio 2018 in particolare lo studio ha analizzato la parabola che ha portato le imprese non finanziarie italiane a scegliere forme alternative di finanziamento e segnatamente l’emissione di bond. Ma ci interessa perché le ragioni che stanno alla base di quella evoluzione, fatte le debite proporzioni, sono le stesse che hanno reso possibile lo sviluppo del FinTech, che, oltretutto, è anche maggiormente accessibile alla platea delle pmi.

Il credito bancario è diminuito del 20% in dieci anni

Allora, cosa ci ha portati fin qui? Una serie di cause. La prima è che la crisi finanziaria che si è scatenata a partire dal 2008 ha innescato nei regolatori una corsa finalizzata ad arginare i rischi posti dall’eccessivo indebitamento, mentre la recessione pesava in maniera crescente sui bilanci bancari con l’aumento esponenziale dei prestiti inesigibili (NPL). L’Italia è stata a lungo prima nella classifica degli Npl, seduta su una montagna di 200 miliardi di euro di incagli e sofferenze. La conseguenza è stata che le banche, anche per effetto di regole sempre più stringenti, riconducibili a Basilea 3, concentrassero i loro sforzi principalmente sulla riduzione della leva finanziaria con lo scopo di rafforzare i bilanci. E ovviamente questo ha causato la riduzione del credito erogato all’economia reale. Negli ultimi dieci anni, secondo la Bce, le banche italiane hanno ridotto i prestiti alle imprese di 175 miliardi, circa il 20% o il 2,2% annualizzato.

I dati di Banca d’Italia confermano questo trend al ribasso, rilevando una riduzione di 48 miliardi nel periodo tra il dicembre 2017 al dicembre 2018 (a cui però andrebbe sottratto il dato relativo alle cessioni di NPL eliminati dai bilanci delle banche e pari nel periodo a 46 miliardi).

Questo calo ha portato a ridursi la quota di finanziamenti bancari sul totale dei debiti finanziari. Secondo Bankitalia, l’incidenza è diminuita di oltre il 7% dalla fine del 2011 e sfiora oggi il 60%. Si tratta ancora del valore più elevato tra i principali Paesi dell’Eurozona, lontanissimo da quello di Usa e Regno Unito che si collocano rispettivamente al 35% e al 30%. L’emissione di obbligazioni ha visto nel contempo un incremento del 13%, portandosi in linea con quella dell’Eurozona, (anche in questo caso Regno Unito e Usa sono a un livello imparagonabile, staccando il Vecchio Continente rispettivamente del +10% e del +25%).

Dai Corporate bond al FinTech

Dunque, la strada è sicuramente ancora lunga, ma il mood è cambiato. A trainare la crescita dei finanziamenti alternativi è stata anche la duratura politica monetaria super-espansiva adottata dalle banche centrali, che ha contribuito a un calo dei rendimenti obbligazionari a lungo termine, spingendo gli investitori verso i risky asset come i corporate bond, la cui domanda è aumentata sensibilmente. La diversificazione delle fonti di finanziamento, si osserva nello studio della Bocconi, “è stata accompagnata anche da cambiamenti strutturali derivanti, ad esempio, dall’innovazione tecnologica che facilita nuove forme di intermediazione come il  peer-to-peer lending”.

I vantaggi di P2P lending e invoice trading

Peer-to-peer lending e invoice trading hanno un altro enorme vantaggio rispetto al debito corporate, che spesso per le piccole e micro imprese è inaccessibile. Lo studio di Equita e Bocconi evidenzia che la qualità e le dimensioni dell’impresa possono rivelarsi un ostacolo per l’accesso al mercato obbligazionario italiano, concentrato prevalentemente su emissioni ad alto rating.

E lo ha sottolineato anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco: “Rilevanti barriere all’entrata sono i costi per ottenere un rating, quelli per la diffusione di informazioni standardizzate presso gli investitori, la scarsità di collaterale e i costi di acquisizione delle necessarie competenze legali, fiscali e finanziarie”. D’altra parte, il credit crunch non dà segnali di arretramento. Sempre la Bce nota come la riduzione del credito bancario sia stata solo parzialmente compensata dalle emissioni obbligazionarie (pari a 83 miliardi di euro a tutto il 2017). E giocoforza il FinTech si trova davanti un’occasione imperdibile: le piattaforme che erogano credito all’economia reale, pur segnando tassi di crescita a tre cifre, sono ancora una goccia nel mare, con il loro miliardo erogato a fine 2018. Senza considerare che questi strumenti rispondono anche sul fronte degli investitori, alla domanda di rendimento che si è fatta pressante. Gli spazi di crescita sono enormi.

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