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L’innovazione in finanza? Funziona solo se è tecnologica

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Tempo di lettura: 4 minuti
Crowdlending, invoice trading, window dressing… parole di questo tipo stanno entrando sempre di più nel vocabolario delle pmi, ma non sempre il significato è chiaro a tutti. Per questo motivo oggi il blog di Workinvoice inaugura una nuova rubrica dedicata a chi fa impresa, per imparare a orientarsi nelle nuove frontiere della finanza. Partiamo dal contesto: in questo primo testo ci occuperemo di innovazione e scopriremo insieme come iI sistema bancario tradizionale negli ultimi dieci anni sia stato affiancato e sfidato dal fintech. Ovvero di quelle realtà che hanno iniziato a offrire servizi e prodotti finanziari con modalità agili e digitali, grazie alla tecnologia.

In tutti i campi la tecnologia è ciò che rende possibile la vera innovazione. Questo vale anche per il mondo della finanza tradizionale, anche se a ben vedere, sul fronte dell’innovazione di prodotto, questo settore ha spesso dato prove poco brillanti, generando anche, in alcuni casi recenti, rischi per gli investitori. Un esempio classico è quello dei derivati e delle cartolarizzazioni che sono state usate per vendere anche a un pubblico indistinto e in maniera non esattamente trasparente asset ad alto rischio. Una parabola da cui è derivata la nota bolla dei mutui subprime in Usa di cui ancora oggi stiamo in parte pagando le conseguenze.

L’innovazione finanziaria che funziona

Come dicevamo, se le innovazioni di prodotto sono controverse, non c’è dubbio che l’innovazione di processo, che avviene attraverso l’integrazione di nuove tecnologie su vecchi prodotti, generi invece un miglioramento del sistema a beneficio del consumatore. 

Anche in questo caso un esempio aiuta a spiegare meglio: il riferimento è all’esperimento del 1949 quando a 60mila abitanti di Fresno – oscura cittadina californiana – furono inviate da Bank of America altrettante carte di credito. Erano rettangoli di plastica senza chip che per essere usate richiedevano procedure macchinose. Ovvero, venivano esibite al negoziante che doveva chiamare l’emittente della carta, il quale consultava i libri contabili accertandosi che il cliente avesse disponibilità di cassa e quindi registrava la transazione. Il sistema fallì perché molto facile da frodare, tanto da rendere nel 1970 illegale inviare carte di credito non richieste per posta. Ma l’idea era appetibile per le banche che fecero la corsa a richiedere in licenza la “BankAmericard”. Nel 1976 i detentori di licenze BankAmericard fondarono Visa. Ma la vera diffusione delle carte di credito e il loro uso massivo fu reso possibile solo dall’integrazione dei chip, che ne facevano anche, finalmente, un oggetto a prova di frodi. 

Gli effetti del fintech: frantumazione e democratizzazione della finanza 

Grazie ad un’evoluzione sempre più rapida delle tecnologie, l’innovazione oggi corre molto più velocemente e sta andando principalmente in due direzioni

1) la frantumazione in singoli servizi: in precedenza le banche offrivano l’intera gamma di servizi finanziari dalla raccolta del risparmio alla distribuzione di prodotti d’investimento e di finanziamento. Oggi i singoli servizi sono offerti con modalità agili e digitali da fintech specializzate. 

2) la democratizzazione della finanza: oggi alcuni servizi finanziari più sofisticati non sono più un privilegio per pochi, lo vediamo ad esempio dalla possibilità per il pubblico indistinto di sottoscrivere quote di startup con i portali di crowdfunding per esempio, ma anche dall’apertura alle piccole imprese di servizi-prodotti precedentemente riservati solo a grandi imprese in un circuito che non è più dominato dalle banche. 

Un’intera gamma di servizi per le pmi

L’economia italiana è fatta al 99% da pmi, che possono oggi accedere a una serie di prodotti di finanza alternativa e ottenere credito attraverso portali, marketplace, soluzioni peer-to-peer. Un’opportunità molto interessante, soprattutto in tempi come quelli attuali di forte pressione sulla liquidità: Banca d’Italia stima che dallo scoppio della pandemia ci sia una richiesta di liquidità aggiuntiva di almeno 33 miliardi di euro. 

Il fintech oggi è cresciuto al punto da fornire una gamma completa che comprende:

  • Soluzioni a breve termine, attraverso l’invoice-trading, cioè la cessione dei crediti commerciali, che consente di trasformare le fatture in liquidità senza i tipici vincoli dei finanziamenti bancari (il che ne rappresenta insieme alla velocità di erogazione il principale vantaggio). L’invoice trading ha sviluppato un volume di 300 milioni di euro nel 2020 (+20%) e sta guadagnando terreno nell’ambito del credito di filiera (mentre l’anticipo fatture bancario nel 2020 ha perso il primato portandosi a 44 miliardi, 33 in meno rispetto al 2019, superato dal factoring diretto, che comunque ha perso l’8%, a 55 miliardi). I dati sono del Polimi che stima il mercato complessivo italiano tra i 450 e i 490 miliardi di euro, con un servito di appena 120 miliardi di euro (pari al 24-27% del potenziale).
  • Soluzioni a medio-lungo termine, offerte in particolare dal crowdlending (cioè i prestiti digitali offerti da piattaforme che intermediano risparmi privati e istituzionali) e dai minibond. Il primo mercato ha mobilitato 312 milioni nei 12 mesi al 30 giugno 2020 e 749 dal 2016. Il numero di imprese che per la prima volta hanno ottenuto credito dalle piattaforme, è salito dalle 1.092 del 2019 alle 5.464 del 2020: secondo il Polimi, durante la pandemia  il crowdinvesting si è dimostrato una fonte molto più rapida di liquidità, a differenza delle lentezze della burocrazia pubblica e di quella bancaria. Il mercato dei minibond invece esiste dal 2013 e conta mille emissioni nel complesso, per un valore totale di 7,07 miliardi di euro: 2,53 miliardi se ci si limita alle pmi. Recentemente alcuni minibond sono stati collocati da portali di crowdfunding
  • Capitale di rischio per quote di startup e pmi, fornito attraverso portali di crowdfunding. Si tratta di un mercato ancora limitato, che conta però ben 47 portali attivi e vale in tutto 227,251 milioni per 719 offerte pubblicate di cui 504 chiuse. 
  • Capitale per progetti immobiliari, o real estate crowdfunding, che nei 12 mesi a giugno 2020 ha visto nascere cinque nuove piattaforme dedicate e una raccolta dei progetti finanziati di 48,7 milioni di euro (+185% anno su anno). Il crowdinvesting vale 908 milioni a oggi. 

Il futuro: un mercato in continua evoluzione

La velocità dell’innovazione è esponenziale. E lo spazio di crescita è ancora enorme: perché le imprese che hanno sperimentato queste forme alternative di credito sono migliaia contro i 6 milioni di quelle registrate in Italia. Il fintech in soli cinque anni di sperimentazione in Italia è cresciuto, coinvolgendo sempre più investitori istituzionali, inventando prodotti e servizi nuovi, per la prima volta focalizzandosi sui bisogni reali delle piccole imprese. Attorno a questo sistema sono cresciuti una serie di soggetti specializzati in tecnologie che in gran parte migliorano l’esperienza dei privati e delle imprese quando accedono ai nuovi servizi finanziari.

Infine le stesse banche hanno compreso, soprattutto dopo l’esperienza vissuta durante la pandemia, la necessità del cambiamento digitale e accelerato le collaborazioni con alcune piccole società fintech per offrire servizi digitali alla clientela (gli esempi recenti sono molteplici: Workinvoice-Banca Sella, Findynamic-Unicredit, Credimi-Banco Desio). È un punto da cui non si torna indietro. 

La dimensione del fenomeno fintech e la crescita delle soluzioni offerte ha stimolato una crescente domanda di informazioni da parte delle associazioni delle imprese e alimentato un processo di educazione finanziaria a cui è importante che tutti gli imprenditori delle PMI possano partecipare anche direttamente per non perdere buone opportunità.

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