24-mar-2020

PMI, attenzione al circolante: gli effetti della crisi da pandemia sono importanti e vanno gestiti per tempo

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Tempo di lettura: 4 minuti
Secondo l’Osservatorio sul working capital di Workinvoice e Cribis, sui bilanci delle pmi il circolante ha un peso già rilevante (23% del fatturato) che potrebbe aumentare sensibilmente (tra il 9 e il 15%) per effetto delle interruzioni delle supply chain e del conseguente deterioramento della catena dei pagamenti. È un problema soprattutto per le imprese più piccole e con meno liquidità che hanno spazi di manovra limitati

A cura di Fabio Bolognini, Co-Founder di Workinvoice

Il fabbisogno di capitale circolante netto può aumentare tra il 9 e il 15% per le pmi, a causa del Coronavirus. O meglio, a causa delle interruzioni nelle supply chain e per gli effetti collaterali di esse sul sistema dei pagamenti. È il principale risultato dell’Osservatorio sul working capital realizzato in collaborazione tra Workinvoice e Cribis su un campione di circa 84mila imprese con fatturato tra i 2 e i 50 milioni di euro per stimare l’impatto di eventi imprevisti sui bilanci in modo da indirizzare politiche finanziarie rivolte a fluidificare la gestione delle partite commerciali. I dati presi in considerazione sono del 2018 e sono stati esclusi i bilanci abbreviati che non contengono il dettaglio di debiti e crediti commerciali.

Come nasce l’Osservatorio

L’idea dell’Osservatorio nasce ben prima dell’emergere di un imprevisto come una pandemia globale: nell’esperienza di Workinvoice appariva evidente che il problema principale delle PMI, in un contesto di bassi investimenti, fosse la gestione del capitale circolante. Abbiamo voluto suffragare l’osservazione empirica con misurazioni scientifiche. L’analisi su un campione numeroso ha fornito la conferma che il capitale circolante sia una parte rilevante a bilancio delle PMI e la sua gestione efficace può determinarne la sopravvivenza o l’insolvenza.

La situazione di crisi contingente rende ancora più evidente questo dato di fatto. L’impatto delle conseguenze del Coronavirus aumenterà il fabbisogno di capitale delle piccole e medie imprese del campione tra i 13 e i 25 miliardi di euro, o tra 15 e 30 miliardi se si estendesse l’analisi anche alle micro-imprese (fatturato sotto i 2 milioni).

Dei 716 miliardi di fatturato globale delle imprese del campione, il capitale circolante pesa già per 167 miliardi, ovvero per il 23,3%. Blocchi della produzione, difficoltà nei trasporti per arginare il contagio del COVID-19 sono destinati a produrre effetti a breve sugli incassi dei crediti e a cascata sui pagamenti ai fornitori e dunque ad aumentare sensibilmente un capitale circolante già pesante sui bilanci.

Se estendiamo l’analisi non solo alle pmi ma anche alle micro-imprese, l’impatto delle conseguenze del Coronavirus aumenterà il loro fabbisogno di capitale tra 15 e 30 miliardi

I tre scenari

In particolare, l’Osservatorio ha simulato tre scenari. Nel primo scenario, che equivale a un impatto soft della pandemia sull’economia, si ipotizza che il fatturato ne esca indenne, ma che si verifichi un allungamento dei tempi di incasso dei crediti di 20 giorni, che a sua volta si trasla in un peggioramento dei tempi di pagamento ai fornitori di 10 giorni. A parità di tutti gli altri fattori questo peggioramento del sistema dei pagamenti si traduce in una crescita dei crediti verso clienti di circa 41 miliardi (pari al 22% del monte crediti in essere) e in un aumento dei debiti commerciali di 13,9 miliardi (+9%) con un impatto sul fabbisogno di circolante di 27 miliardi (pari al +16%)

Il secondo scenario, il più probabile in questa fase evolutiva dell’epidemia, somma al peggioramento della catena dei pagamenti una riduzione del fatturato annuo del 5% per effetto della chiusura di attività produttive per alcune settimane. In questo caso i crediti verso clienti aumenterebbero di circa 29,7 miliardi (un valore pari al 16% del monte crediti in essere) e i debiti commerciali di 16,7 miliardi (11%) con un impatto complessivo di 13 miliardi sul circolante netto. Ma gli ultimi sviluppi fanno temere chiusure più prolungate e maggiori cali nel fatturato.

Pertanto, abbiamo costruito un terzo scenario, decisamente più pesante, che ingloba l’ipotesi di un calo del fatturato annuo del 20% e tempi di incasso e pagamento ai fornitori che si dilatano ulteriormente, rispettivamente di 30 e di 15 giorni. In questa situazione i crediti verso clienti aumenterebbero di circa 10,6 miliardi (il 6% del monte crediti in essere) e il capitale circolante al netto della temporanea riduzione delle scorte sarebbe di 14,7 miliardi (pari al 9%).

È importante sottolineare che gli scenari non hanno ipotizzato l’assorbimento del circolante aggiuntivo attraverso la riduzione del magazzino. Questo sarebbe un cuscinetto efficace per qualche settimana, tuttavia non eliminerebbe il tema della gestione del nuovo circolante ma lo sposterebbe solo in avanti nel tempo in quanto dovrebbe essere a un certo punto ricostituito.

L’impatto sul Nord Italia, epicentro della diffusione del virus

Andando a fondo nell’analisi del campione, si rileva che le quattro regioni del Nord, Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna, ovvero le prime colpite dalla pandemia e dalle misure di contenimento, rappresentano una fetta maggioritaria dei valori di fatturato (60%), attivo totale (59%) e capitale circolante (67%) del totale.

Le componenti del ciclo finanziario sono abbastanza allineate con una differenza di 5 giorni tra Veneto (il più veloce) ed Emilia-Romagna (la più lenta).

Se proiettate nello scenario intermedio, il ciclo cash to cash della Lombardia passerebbe da 51 a 61 giorni, con un impatto di circa 5 milioni sul working capitale (da 49 a 55 milioni di euro); quello del Veneto da 38 a 58 giorni (con il fabbisogno di capitale circolante netto che aumenta da 20,7 a 23,5 milioni; quello dell’Emilia-Romagna da 43 a 58 giorni con un impatto sul circolante da 21,6 a 23,7 milioni di euro.

Un terzo delle imprese è in una condizione di fragilità finanziaria

La maggiore preoccupazione deriva  da una forte eterogeneità tra le imprese del campione: i due terzi ha una liquidità anche abbondante, mentre quelle a corto di cassa (meno di 150mila euro) sono circa il 35%. Si tratta di aziende mediamente più piccole (5,8 milioni di fatturato) con valori del capitale circolante netto mediamente superiori a quelli del campione totale e un ciclo finanziario pari a 56 giorni, 12 più della media. La liquidità disponibile per questo sotto campione è di 1,4 miliardi a fronte di debiti bancari di 40,8 miliardi e un’esposizione in circolante di 49 miliardi: numeri che rendono davvero limitati i margini di manovra in caso di importanti dilatazioni nei tempi di incasso.

Servono misure per rafforzare il circolante

Dunque, è chiaro che le PMI siano in una condizione di estrema incertezza e che un terzo di esse sia fragile sul piano della finanza. E il Decreto Cura Italia emanato dal governo per venire loro in soccorso contiene misure utilissime ma insufficienti: una moratoria sui mutui per sei mesi e alleggerimenti fiscali per le micro-imprese fino a 2 milioni di fatturato, ma ancora poco che riguardi il circolante: di fatto esiste solo il divieto alle banche di revocare i fidi.

Ma revocare i fidi non significa certamente dare alle imprese maggior credito, che arriverebbero solo dal Fondo Centrale di Garanzia, per una copertura massima dell’80% che scende progressivamente secondo determinati criteri. Esiste la possibilità di una estensione della garanzia sui fidi bancari concessi per anticipo fatture, ma si tratta in ogni caso di rinnovi più che di aumenti delle cifre già in essere.

Su questo bisognerebbe concentrare l’attenzione per evitare un contraccolpo irrecuperabile anche nel confronto con paesi europei (Francia, Germania in particolare) che stanno predisponendo misure più efficaci per sostenere le loro imprese sul fronte del credito.

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