L’Europa dice stop ai pagamenti che uccidono le Pmi

A cura di Fabio Bolognini, Chief Risk Officer di Workinvoice

La direttiva contro i ritardi del 2011 non è mai stata rispettata. Ora il parlamento Ue invita gli Stati ad agire incisivamente per tutelare le piccole imprese. E l’Italia è nel gruppo dei peggiori.

I motivi per cui il credito bancario non sarà uno dei motori della crescita sono stati spiegati in un precedente articolo e pochi giorni dopo sono arrivate le prime conferme ufficiali dalle indagini condotte dalla Bce (Bank Lending Survey) e dalla stessa Banca d’Italia che indicano una maggiore severità da parte delle banche nei criteri di concessione dei nuovi prestiti. Venendo a mancare il polmone finanziario delle banche la tenuta del sistema industriale delle piccole imprese dipende quasi totalmente dal circuito dei pagamenti, che vede l’Italia in coda alla classifica sia per lunghezza dei tempi di pagamento concordati tra imprese sia per abitudine al ritardo nel mancato rispetto dei termini concordati.

Che si tratti di un problema serio da contrastare lo dice il parlamento europeo che proprio pochi giorni fa ha approvato una ‘Risoluzione sull’attuazione della direttiva 2011/7/UE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali‘. Una notizia che purtroppo è stata oscurata delle consuete polemiche su fatti economicamente meno rilevanti. Leggiamo alcuni ampi stralci del documento approvato dagli Stati membri e le premesse da cui parte la raccomandazione:

  • Considerando che i pagamenti sono la linfa vitale delle imprese e che, in un ambiente imprenditoriale vitale ed efficiente, la rapidità dei pagamenti fa sì che le imprese siano in grado di rimborsare tempestivamente le proprie passività nonché di espandersi, investire, creare occupazione, generare una crescita economica più ampia e apportare benefici all’economia europea in generale;
  • Considerando che il ritardo nei pagamenti è una pratica dannosa persistente che ha un effetto negativo sullo sviluppo delle imprese europee, in particolare delle Pmi, che non dispongono di flussi di liquidità prevedibili allorché si verificano ritardi di pagamento;
  • Considerando che le grandi imprese dispongono di maggiori risorse rispetto alle Pmi per tutelarsi dai ritardi di pagamento, ad esempio attraverso pagamenti anticipati, controlli del credito, recupero crediti, garanzie bancarie o assicurazioni contro i rischi di credito, e potrebbero inoltre essere in una posizione migliore per sfruttare il contesto globale caratterizzato da bassi tassi di interesse per aumentare i loro investimenti e il loro potere negoziale;
  • Considerando che, fra le diverse categorie di imprese in termini di dimensioni, le Pmi hanno le probabilità più elevate di accettare o di vedersi imporre da imprese più grandi termini di pagamento più lunghi o iniqui a causa dello squilibrio di potere negoziale e del timore di danneggiare le relazioni commerciali e di perdere un futuro contratto;
  • Considerando che, per ogni giorno di riduzione dei ritardi di pagamento, si potrebbero risparmiare 158 milioni di euro in costi finanziari e il flusso di cassa supplementare potrebbe sostenere 6,5 milioni di posti di lavoro aggiuntivi in Europa;
  • Considerando che la Commissione ha avviato procedure di infrazione contro quattro Stati membri (Grecia, Slovacchia, Spagna e Italia) per l’inadeguata applicazione della direttiva sui ritardi di pagamento e ha deferito l’Italia alla Corte di giustizia;

Tutto considerato il parlamento europeo propone misure correttive quali:

  • La necessità di compiere sforzi verso termini di pagamento di 30 giorni e rileva che i termini di pagamento superiori ai 60 giorni, consentiti dalla direttiva 2011/7/UE, rappresentano una lacuna che può far sì che siano concordati termini di pagamento lunghi suscettibili di danneggiare le imprese stesse, in particolare le Pmi.
  • Una legislazione che stabilisca termini di pagamento più rigorosi sarebbe efficace nel ridurre, in una certa misura, la loro durata e, purché sia applicata, creerebbe condizioni di parità tra le grandi e le piccole imprese;
  • Considerare la possibilità di istituire sistemi obbligatori per la pubblicazione delle informazioni relative ai comportamenti di pagamento corretti (“name and fame”, encomio pubblico di chi adempie ai propri obblighi);
  • Garantire l’applicazione della legislazione nazionale nonché a promuovere e migliorare lo svolgimento di controlli più rigorosi, ad esempio nei confronti delle grandi imprese.

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Il documento si chiude con l’invito agli Stati membri e alla Commissione a promuovere «un passaggio deciso verso una cultura dei pagamenti rapidi […], ricorda agli Stati membri e alla Commissione che il pagamento rapido costituisce un requisito generale per l’instaurazione di un ambiente imprenditoriale vitale e che, pertanto, dovrebbe essere integrato in tutte le iniziative politiche e legislative riguardanti le imprese», incaricando il presidente di trasmettere il documento agli Stati membri.

Non occorre aggiungere altro alle parole scelte dal parlamento europeo per ribadire il peso dei pagamenti sulla salute delle imprese e per capire quanto necessario sia agire. Problema e soluzione. Chiaro che a una parte del sistema industriale questo argomento possa dare fastidio. Proprio la parte che ha esagerato nell’imporre la propria forza, tanto da farsi accusare apertamente dalla Commissione. Il punto è che, in un gioco a somma zero, la forza contrattuale delle grandi corporate aggrava le condizioni di lavoro e di crescita dell’altra parte, quella che ancora oggi in Italia riempie le buste paga di 2/3 dei lavoratori e rifornisce la grande impresa di prodotti servizi a basso costo. Ritornare al buon senso, a sane pratiche commerciali che impongano termini non superiori a 60 giorni e rispetto delle scadenze significa introdurre semplici modifiche di legge e istituire l’albo dei pagatori corretti per rafforzare il messaggio. Entrambe sono decisioni a costo zero per lo Stato, senza impatto sul deficit di bilancio ma con impatti immediati e molto significativi sui costi finanziari delle Pmi. Che l’Italia sia alla vigilia del nuovo boom economico, quello della profezia di Luigi Di Maio, o della recessione-bis temuta dai centri di ricerca economica, il riequilibrio del circuito dei pagamenti è urgente e non può essere ancora rimandato. Come si dice di questi tempi «rendete virale il messaggio».

 

Fonte: lettera43.it

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