Finanza per startup senza nuovi soci nel capitale? Anche in Italia liquidità immediata con la cessione delle fatture

6 ottobre 2015

L’Italia ha riscoperto l’importanza delle startup in questi ultimi anni di crisi, anche se troppo spesso come puro fenomeno statistico nella speranza che la contabilità delle nuove imprese possa fare da contraltare alle chiusure di numerose imprese fallite o cessate.

Purtroppo l’Italia rimane un paese ostile alla partenza di nuove imprese perché da un lato gli adempimenti burocratici sulle micro imprese anche se parzialmente ridotti rimangono molto onerosi e dall’altro i capitali offerti dal sistema del venture capital italiano sono modestissimi, una frazione minimale rispetto a quanto è disponibile negli Stati Uniti o in Gran Bretagna. In totale nel 2014 sono stati investiti 43 milioni di euro in 106 operazioni early stage (seed e startup) contro gli 81 milioni spalmanti in 158 operazioni del 2013. Nel 2011 gli investimenti in startup italiane sono state il 7% di quanto investito in UK, il 10% della Germania, il 15% della Francia. Troppo poco. Il governo sta aumentando gli sforzi per canalizzare fondi anche pubblici verso il sistema del venture capital, ma la scarsità di fondi (solo 300 milioni nel 2012) rimane una caratteristica italiana da cui deriva un tasso di selettività altissimo, che si orienta verso poche tipologie di nuove imprese ad altissimo tasso innovativo, lasciando a secco un elevato numero di start up in settori ‘normali’.

Anche la nascita regolamentata del sistema di piattaforme di crowdfunding ha prodotto sinora risultati insignificanti in Italia.

Nel microsistema finanziario che sostiene la crescita equilibrata delle startup il tradizionale finanziamento bancario è ancora quasi inaccessibile e questo complica non poco la vita delle nuove imprese, soprattutto quando hanno superato la fase d’incubazione.

Due passaggi delicati per le startup: costi di avvio e capitale circolante

Finanziariamente la crescita di una startup attraversa due fasi delicatissime: la prima in cui per passare dal concept alle prime attività occorre sostenere i costi di avviamento e si può solo fare conto sui propri mezzi o su capitali di rischio di investitori specializzati e, in piccola parte, su contributi a fondo perduto messi a disposizione dal sistema pubblico. Non vi sono molte alternative al ricorso al capitale (equity); anche se recentemente le stesse grandi imprese e banche sembrano interessarsi con nuove iniziative alla crescita delle startup si tratta spesso di concorsi a premio e operazioni più di facciata che concrete e comunque in numero veramente ridotto rispetto al fabbisogno reale.

Le banche allo sportello non hanno per prassi stabilite e procedure per valutare e assorbire il rischio altissimo di una startup che richiede finanziamenti, perciò finiscono quasi sempre rinunciare o per chiedere pesanti garanzie reali.

La seconda fase di una startup è altrettanto delicata, quando la nuova impresa è avviata e comincia a produrre e vendere beni o servizi entra nell’ambito in cui per crescere velocemente è necessario finanziare il capitale circolante che si gonfia rapidamente dovendo pagare i fornitori quasi in anticipo e attendere i pagamenti, spesso lunghi, dei clienti.

La velocità di crescita e di superamento della seconda fase critica è funzione della possibilità di fare fronte a un ciclo di cassa impegnativo, senza rinunciare a vendite per il solo motivo che il pagamento avviene troppo lentamente.

E’ in questa fase che il marketplace di Workinvoice arriva concretamente in aiuto delle startup italiane in tutti quei casi –non infrequenti in molte attività e settori- nei quali i clienti della startup sono di media o grande dimensione e non pagano velocemente. L’innovazione portata nel 2015 da Workinvoice sul mercato italiano permette oggi alle startup avviate e con clienti di ottenere liquidità velocemente, senza troppi adempimenti formali, senza trovarsi nell’imbarazzo di non avere 3 bilanci e un rating da presentare alla banca. Lo possono fare in pochi giorni richiedendo l’adesione, cedendo i crediti verso i clienti sulla piattaforma e lasciando che siano gli investitori di Workinvoice ad attendere il pagamento. Quell’acconto del 90% sulle fatture emesse può fare un’enorme differenza nella crescita delle startup.

Le piattaforme fintech stanno gradualmente cambiando la storia della finanza tradizionale, soppiantandone alcune parti grazie alla tecnologia e a metodi molto più efficaci e orientati alla clientela. Anche in Italia mettono a disposizione delle persone e delle imprese soluzioni che non erano possibili alcuni anni fa. Con l’invoice-trading e con Workinvoice anche le startup italiane hanno una speranza in più.

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