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17 Dicembre 2019

Le grandi aziende italiane usano il debito commerciale per finanziarsi ma il sistema PMI soffre

Le grandi aziende italiane sono abituate a gestire la finanza sulla base di criteri e obiettivi che tengono in limitata considerazione la situazione finanziaria dei fornitori. Una prassi che rischia di appesantire la posizione dell’intero ecosistema e in particolare delle PMI in un contesto in cui il sistema bancario ha ridotto l’apporto di liquidità per decine di miliardi. Accade frequentemente che i debiti commerciali vengano usati come fonte di liquidità sostitutiva oppure contribuiscano a raggiungere target finanziari sul capitale circolante graditi agli analisti finanziari.

Succede più frequentemente quando nel rapporto commerciale sono coinvolte una grande azienda e una piccola, con la prima che impone termini di pagamento lunghi alla seconda e quest’ultima che è costretta ad accettarli a causa della forte asimmetria negoziale che caratterizza la loro relazione.

Molto spesso i ritardi sono intenzionali

A rilevare questa anomalia è stata anche Intrum Justitia nel corso dell’ultima presentazione dell’European Paymen Report (EPR). Il dato sulla riduzione del credito bancario è noto: dal 2008 in poi l’erogazione di finanziamenti dagli istituti di credito è diminuita da 900 a 650 miliardi di euro. Nel contempo le aziende, per fronteggiare nuove crisi da cui soprattutto in Italia si sentono minacciate (il 65% di esse ritiene di essere già in recessione contro il 18% della media europea, secondo le rilevazioni dell’ERP) hanno aumentato il loro fabbisogno di cassa.

Se le difficoltà finanziarie dei debitori sono considerate il motivo principale per i ritardi nei pagamenti da parte delle aziende italiane (per il 72% di esse è così, contro il 54% delle media europea), oltre i due terzi (68% contro il 50% dell’Europa) segnala che i ritardi sono intenzionali. Per mitigare l’effetto del ritardo e ottenere pagamenti più rapidi le PMI si trovano a offrire incentivi nella forma di sconti per ottenere pagamenti immediati o piani personalizzati, che arrivano sino alla rinegoziazione per i pagamenti in grave ritardo, con piani di rientro oltre i 12 mesi che trasformano una PMI in una specie di banca.

La direttiva europea sui pagamenti

Tutto questo mentre l’Italia, dopo aver subito una procedura d’infrazione insieme a Grecia, Slovacchia e Spagna è stata deferita alla Corte di Giustizia per non aver attuato adeguatamente la direttiva europea sui pagamenti B2B.

Direttiva che prevede che i pagamenti avvengano entro i 60 giorni dall’emissione di ogni fattura, termine che in Italia può essere esteso a patto che non sia ‘iniquo’ per il creditore. Fatta la legge trovato l’inganno? I numeri sembrano suggerire di sì e almeno per l’Italia sembra pura utopia quanto suggerito da una risoluzione non legislativa, la 2018/2056(INI) approvata a gennaio, che alza addirittura il tiro rispetto alla direttiva 2011/7/UE e invita a contenere i pagamenti entro i 30 giorni (oltre a prevedere una serie di misure preventive e correttive per instillare nelle imprese una cultura della puntualità nei pagamenti).

Non è un problema solo italiano, certo. Ancora oggi in UE sei imprese su dieci rilevano ritardi nei pagamenti, che sono la causa di un fallimento su quattro. Ma anche senza arrivare a conseguenze così estreme, in tutti i casi i ritardi fanno salire i costi perché le imprese devono sostenerne di aggiuntivi per sollecitare i pagamenti. 

Il ritardo nei pagamenti mette a rischio, secondo l’ultimo e recente Barometro di Atradius, la stessa stabilità delle imprese occidentali. Che pure hanno visto i tempi medi di incasso scendere da 55 a 52 giorni nel 2019 rispetto al 2018. Mentre in Italia la situazione continua a peggiorare: il ritardo nei pagamenti è salito a 72 giorni contro i 70 del 2018.

A farne le spese sono sempre le PMI

A soffrire di più sono, ovviamente le PMI che hanno minor potere contrattuale e minore cuscinetto di liquidità per affrontare condizioni sfavorevoli o tempi di pagamento più lunghi imposti dalle grandi aziende. Inoltre le piccole imprese hanno una gestione approssimativa della concessione di credito ai clienti. Sempre secondo Atradius e sempre per restare al caso italiano, le PMI registrino una percentuale più elevata di fatture inesigibili (2,6% contro l’1,2% delle grandi imprese) e pagamenti insoluti in media oltre i 90 giorni.

In altre parole il sistema delle PMI appare il tipico vaso di coccio: tendono a pagare i fornitori più rapidamente delle grandi imprese ma vengono pagate più tardi e subiscono maggiormente il rischio di mancato pagamento. Il rapporto EPR di Intrum Justitia segnala che per il 79% delle aziende italiane esistono problematiche riguardo alle perdite su crediti (la media europea è del 46%). I termini di pagamento lunghi rappresentano un altro importante problema per il 71% del campione intervistato, mentre il dato europeo è del 50%. Tempi lunghi di incasso e perdite su crediti indeboliscono la posizione finanziaria delle PMI, un fattore che sarà evidenziato con maggiore incisività per effetto del nuovo Codice della Crisi.

In attesa che il Governo prenda misure concrete per fare in modo che le fatture vengano pagate nei tempi pattuiti e in tempi ragionevoli, rispettando la direttiva europea, lo squilibrio tra grandi imprese con elevata liquidità e piccole imprese a secco, gravate da capitale circolante elevato, la soluzione per trasferire liquidità può arrivare dalla cessione dei crediti commerciali. Questo spiega molto della crescita recente delle piattaforme italiane di invoice trading la cui funzione primaria è proprio il trasferimento di flussi di cassa alle PMI e di rischi di pagamento a investitori istituzionali in cambio di un rendimento attraente.

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