La domanda di credito non si ferma. I prestiti sono in calo. Aziende al bivio: che fare se la banca non ci sente?

04 ottobre 2017

La cifra è enorme, oltre 60 miliardi di euro, e si riferisce alla flessione dei volumi di prestiti bancari erogati alle imprese italiane negli ultimi tre anni. Cifra che fa il paio con altri numeri che testimoniano come la ripresa economica della Penisola abbia sulla propria strada ostacoli non indifferenti: la media nazionale del “credit crunch” è in rosso del 6,8% (il Molise primeggia in questa triste classifica con un indice negativo del 13,1%), le richieste di prestiti da parte delle imprese sono diminuite dello 0,8% (per le società di capitali si arriva al 4,1%) mentre per le obbligazioni di piccola taglia, fino a 100mila euro, la flessione è addirittura del 72% anno su anno. Lo scenario (preoccupante) appena descritto esce dal rapporto dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre e prende corpo dall’analisi dei dati resi noti dalla Banca d’Italia. Parliamo quindi di un problema reale, non di proiezioni. E a questo problema occorre trovare una soluzione, se si vuole continuare a parlare di competitività per il sistema Paese.

L’Italia soffre, questa la sintesi che si può coniare leggendo il rapporto di cui sopra, di un evidente stortura nel trasferimento di risorse all’economia reale. Il Veneto, che segna un malinconico -10,7%, è forse l’esempio più emblematico: alla piccola industria della Regione, storicamente una delle più operose d’Italia, sono mancati circa 10,8 miliardi di euro. Non meno importante il dato che riguarda un’altra Regione forte per l’economia tricolore, e cioè l’Emilia Romagna, il cui “credit crunch” è calcolato al 9,1%, oltre nove miliardi di euro. E poi, dulcis in fundo, la Lombardia, locomotiva nazionale per antonomasia: il taglio di finanziamenti concessi alle banche è in questo caso di 15,9 miliardi e ha interessato migliaia di aziende e di Pmi che cercano di uscire dal lungo tunnel della crisi. In alcuni casi senza successo.

Il problema è quindi noto. Le banche fanno fatica a distribuire il denaro verso le imprese perché sui prestiti le regole sul capitale sono molto più stringenti rispetto al passato e perché molte di loro sono alle prese con sofferenze che ne limitano giocoforza la propensione al credito. Se questi sono i presupposti, come possono le imprese trovare la fiducia e le risorse per ripartire, per investire su nuovi progetti di sviluppo e per tornare a crescere? Una possibile risposta è la seguente: adottando e sottoscrivendo forme di finanziamento alternative. Cedendo i propri crediti attivi a soggetti terzi che non siano una banca, utilizzando strumenti come il factoring o piattaforme digitali che disintermediano il ruolo delle banche per l’anticipo delle fatture commerciali.

Tecnicamente, il factoring consiste in una combinazione di servizi finanziari e di gestione del credito che consentono a un’impresa di rafforzare sotto il profilo qualitativo, e di valorizzare sotto quello finanziario, il proprio portafoglio crediti e la propria capacità di penetrazione commerciale sul mercato. Il suo vantaggio potenziale sta nella possibilità, per l’azienda, di ottenere affidamenti e anticipazioni di liquidità più consistenti e di tipo rotativo. Il requisito base è invece quello di cedere interi pacchetti di crediti commerciali presenti e futuri, con contratti vincolanti pluriennali. Alle Pmi italiane questo strumento “piace”, tanto che nel 2016 il ricorso a questa soluzione è aumentato del 6%.

Il vero salto in avanti, culturale in primis, che una Pmi può intraprendere e affrontare, liberandosi dalle pastoie burocratiche (l’obbligo di apertura di un conto corrente transitorio è una di queste) tipiche dell’anticipo fatture bancario, è però un altro e si chiama invoice trading (o invoice financing). E cioè la cessione di una fattura commerciale attraverso un portale Web che seleziona le opportunità e sostituisce il tradizionale “sconto” della fattura operato dalle banche. I suoi pregi dichiarati? Trasparenza dei costi, procedure snelle, velocità di realizzo, flessibilità dello strumento. Funziona? Se guardiamo ai numeri resi noti dall’Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico di Milano la risposta è assolutamente affermativa: in Italia i portali dedicati all’invoice trading sono passati da uno a cinque, le risorse raccolte attraverso Internet al 30 giugno 2017 ammontavano a 88,5 milioni di euro, una cifra otto volte superiore a quella cumulata da luglio 2015 a giugno 2016 e le fatture cedute da imprese italiane sono salite oltre quota 2.000, rispetto alle 220 di un anno prima.

Workinvoice, nata a fine 2013 dall’unione di alcuni manager con un passato nel mondo della finanza d’impresa e del fintech, è stata la prima a vedere l’opportunità aprendo a inizio 2015 una piattaforma web per la compravendita dei crediti commerciali. La piattaforma punta su semplicità e soprattutto rapidità: l'asta dura 1 giorno e, normalmente, entro 4-5 giorni dall'inizio della procedura l'azienda cedente incassa il 90% dell'importo della fattura sul proprio conto. In poco più di due anni sul portale di Workinvoice sono state messe all’asta e vendute più di 1.200 fatture esigibili, di importo tra 10.000 e 500.000 euro.

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